|
|
| |
novembre 2006
|
|
|
| |

Lancia
cento anni di corsa
di
Tommaso Valinotti
ricerche
iconografiche di Carlo Cavaglià
|
|
|
| |

|
|
| |
TORINO
- Esattamente 100 anni fa, nasceva in uno studio notarile torinese
la Lancia.
Una
marca che il mondo ci avrebbe invidiato per le sue peculiarità
tecniche, per la sua signorilità, per il suo design.
E
per le sue vittorie.
Che
vogliamo ripercorrere in questa carrellata in un volo che copre
tutto un secolo.
“Vincenzo
Lancia è stato uno dei più forti piloti della prima generazione.
Focoso, audace, instancabile, profondo conoscitore della meccanica”.
Così Gino Rancati, grande giornalista e storico dell’auto
italiana descrive Vincenzo Lancia.
Vincenzo
nasce a Fobello, in Val Sesia, il 24 agosto 1881; è l’erede
di una famiglia di industriali, ma il suo interesse è per la
meccanica. E il destino fa le cose per bene. Nel 1888, il padre,
cavalier Giuseppe, affitta un ripostiglio che possiede al
numero 9 di Corso Vittorio a Torino a quattro fratelli iper attivi
(ed anche iper litigiosi): i Ceirano. Il più dinamico dei
quattro, Gian Battista, non si accontenta di costruire biciclette,
le Welleyes, ma si lancia nell’industria che maggiormente scalda
gli animi dei coraggiosi: l’automobile (maschile o femminile che
allora fosse. Per saperlo bisognerà aspettare il vate
D’Annunzio).
Il
giovane Vincenzo è più attratto dall’officina che dai libri
(il futuro da avvocato lo stimola proprio poco) e a dodici anni
viene spedito in collegio, per fargli ottenere almeno il diploma da
ragioniere. Con scarsi risultati.
Alla
fine papà Giuseppe cede; Censin,
come lo chiamano in famiglia,
può andare a lavorare dai Ceirano con la qualifica di contabile,
per buona pace del genitore, ma di conti ne farà pochi. Nel 1899 i
Ceirano costruiscono la loro prima automobile, ma sarà anche
l’unica con il marchio Welleyes, perché immediatamente la loro
società sarà la base su cui poggerà le fondamenta la neonata
Fiat.
Vincenzo
Lancia si trasferisce alla corte
di Giovanni Agnelli, non ancora senatore.
Immediatamente
le sue doti di fine collaudatore lo portano ad essere, assieme a
Vincenzo Nazzaro, il pilota di punta della squadra corse Fiat.
L’esordio
avviene il 1° luglio 1900 alla Riunione di Padova, su un
tracciato di 220 km che tocca anche Vicenza, Treviso e Bassano. Con
6 HP Corsa Vincenzo Lancia è primo; il giorno successivo Lancia
stabilisce il record sui dieci km alla media di 59 km/h.
È
una stagione ricca di soddisfazioni per il giovane Lancia: è
secondo alla Riunione di Brescia, per terminare la stagione con la
vittoria di categoria alla Corsa al Consumo Torino-Chieri-Torino.
Ma
Lancia è soprattutto un collaudatore e per la stagione successiva
effettua gli affinamenti della 12 HP da cui deriverà una versione
Corsa; Giovanni Agnelli è sempre più fermamente convinto del
valore promozionale delle corse e nel 1902 arriva
la 24 HP (6371 cm3, 40 CV, 95 km/h) che esordisce il
26 giugno alla Sassi-Superga, corsa torinese di appena 4,5 km che
porta dalle rive del Po in cima alla collina dove c’è la celebre
basilica. L’onore di portarla in gara tocca a Vincenzo Lancia che
sbaraglia la concorrenza lasciando il più vicino avversario a
32”.
Pochi
giorni dopo, il 27 luglio, Lancia
si ripete vincendo la prima edizione della Susa-Moncenisio, gara
molto più impegnativa, non fosse altro per la lunghezza di 23 km
con arrivo a quasi 2000 metri di altitudine.
|
|
Sommario
Meglio
i motori dei libri
L’industriale
che non ama le corse
Vincenti
per natura
Il
fascino della Mille Miglia colpisce Censin
È
l’ora dell’Astura, poi dell’Aprilia
L’Aprilia
cancella il rombo dei cannoni
Le
B20, vere auto da corsa
L’escalation
non si ferma
Non
basta la vittoria al Montecarlo
D20
significa corse vere
Per
la Formula 1 arrivano i campioni
Gli
anni del declino
Arriva
l’HF
Fulvia
HF, la signorina bene domina i rally
Stratos,
uguale imbattibile
Stratos,
poteva essere vincente anche in pista
Beta
Montecarlo, questa volta è mondiale
Ultimi
ruggiti in pista con le LC
Lancia
Rally 037, la scommessa vincente
Delta S4 Henri
Toivonen, due stelle nel firmamento
Delta
Gruppo A, il mito è fra noi
Arriva
la Delta HF Integrale
Biasion
concede il bis nel mondiale e al Safari
L’inizio
della fine: ci si accontenta del Marche
Signori
si chiude
La
fine con poche luci e molte ombre
|
| |
L’industriale
che non ama le corse
|
|
|
| |
Lancia
continua la sua carriera vittoriosa da pilota, collezionando altri
innumerevoli successi: la seconda Susa-Moncenisio e la
Brescia-Cremona-Mantova-Brescia del 1904 con la 75 HP Corsa (14.112
cm3, 76 CV, 160 km/h); manca per mera sfortuna il successo alla prestigiosa Coppa Gordon Bennet
del 1905 (un sasso colpisce il radiatore rompendolo, quando
Lancia è nettamente al comando) e alla Coppa
Vanderbilt negli Stati Uniti: Lancia è in testa con un
vantaggio di 15 minuti sul più vicino inseguitore quando la sua
Fiat 75 HP viene tamponata da un altro concorrente durante il
rifornimento ai box.
Sbadataggine
o sabotaggio per impedire alla Fiat di vincere la corsa? Non lo
si saprà mai.
Ma
Vincenzo Lancia pensa al suo futuro come imprenditore e, il 29
novembre 1906 fonda l’azienda che porta il suo nome insieme a
Claudio Fogolin, anche lui dipendente Fiat. La
prima Lancia verrà presentata al Salone dell’Automobile di Torino
(18 gennaio-2 febbraio 1908).
Però
Vincenzo Lancia non vuole coinvolgere la sua azienda nelle corse,
mentre Giovanni Agnelli preme per averlo ancora al volante delle sue
Fiat. Il 1907 è l’anno delle Grandi vittorie Fiat.
Nazzaro
vince la già prestigiosa Targa Florio davanti a Lancia; ancora
Nazzaro mattatore in Germania alla Coppa dell’Imperatore con
Lancia sesto. Il 2 luglio si corre sul circuito di Dieppe il GP di
Francia, una gara di 769 km. Lancia comanda le danze per i primi
dieci giri prima di ritirarsi per mancanza di benzina.
È
il canto del cigno per Vincenzo Lancia pilota. Il 5 aprile del 1908 è lui stesso a portare all’esordio in corsa una
Lancia alla Padova-Bovolenta ed ottiene la prima vittoria per la
Casa su una 12 HP di 2,5 litri. La carriera di Lancia pilota si
chiude con altre due gare al volante di Fiat: è secondo alla Targa
Florio di quell’anno e quinto alla Coppa Florio che si disputa a
Bologna, corsa passata alla storia non tanto per la sua verve
agonistica, ma per aver visto l’esordio, come
spettatore, dell’undicenne Enzo Ferrari). L’ultima uscita
della stagione di Lancia pilota avviene l’8 maggio 1910 al Record
del Miglio di Modena, dove conquista la vittoria di categoria sulla
Lancia Gamma.
Però
Lancia non vuole che le sue vetture disputino le corse. L’azienda
ha poche energie e tutte le forze vanno concentrate per realizzare
il miglior prodotto possibile. Deve
inoltre affrontare un incendio che nel febbraio 1907 distrugge la
sua prima officina, ma non si arrende. A metà settembre la
prima Lancia è pronta. È più grande della porta carraia
dell’officina e per farla uscire bisogna abbattere un muro.
Ma
non importa, il primo chassis
della 18-24 HP (si chiamerà Alpha nel 1918 su consiglio del
professor Giovanni Lancia, fratello di Vincenzo, latinista insigne e
da allora tutte le Lancia avranno nel nome un riferimento classico)
può essere vestito con una carrozzeria double-phaeton.
|
|
|
| |
Vincenti
per natura
|
|
|
| |
Essendo
però le Lancia le vetture più leggere, solide e veloci della loro
categoria, attraggono l’interesse di molti piloti.
In
tutto il mondo.
Nel
1908 una Lancia, pur essendo la più piccola di cilindrata si
classifica terza con Hilliard a Meadoswbrook Sweepstakes, negli
Stati Uniti lasciando dietro altre 24 concorrenti. Il primo successo
estero non tarda a venire. Lo
stesso Hilliard vince a Savannah il 25 novembre 1908 la Coppa
America riservata alle piccole cilindrate. In Inghilterra nel maggio
1909 Ward su Beta vince la Regent’s Cup sulla pista soprelevata di
Brooklands. In Francia è Tangazi, sempre su Beta, ad ottenere un
successo di classe nella cronoscalata del Mount Ventoux. In Italia
le Lancia non riescono a vincere, ma per ben due volte conquistano
il secondo posto alla Targa Florio con Mario Corte, il 14 Maggio
1911, risultato bissato il 25-26 maggio dell’anno successivo da
Agostino Garetto ed Ernesto Guglielminetti.
Le
vittorie si susseguono, ma ci sono anche altre imprese. Ad esempio
nel 1910 due giornalisti russi a bordo di una 24 HP in 11 giorni
compiono il percorso di 5000 km da San Pietroburgo a Nizza, in
Francia.
La
guerra incombe e le corse passano in secondo piano.
La
ripresa è lenta, anche se Vincenzo Lancia, che durante il periodo
bellico ha raddoppiato gli impianti, vede la sua produzione
acquistata con largo anticipo dagli estimatori di tutto il mondo.
Nell’autunno
del 1922 viene presentata la Lambda, il primo dei due capolavori
di Vincenzo Lancia. È dotata di una rivoluzionaria scocca portante,
con motore quattro cilindri a V stretto di 2120 cm3,
potenza 49 CV, che gira a 3250 giri minuto. Un vero record.
Ancora
una volta Vincenzo Lancia non vuole buttare il suo gioiello nelle
corse, ma ci pensano i privati a conquistare buoni risultati, pur
senza ottenere delle vittorie.
|
|
|
| |
Il
fascino della Mille Miglia colpisce Censin
|
|
|
| |
Il
1927 è l’anno della prima Mille Miglia. Nonostante Censin
Lancia continui ad essere contrario alle corse, le
agenzie vendita Lancia di Torino e Milano iscrivono sei vetture:
motore 2374 cm3, elaborato in modo che raggiungano i 125
km/h, serbatoio più grande, batteria doppia gomme più a sezione
maggiorata. Non sono auto ufficiali, ma lo zampino Lancia c’è.
A
queste si aggiungono altre quattro Lambda assolutamente private. Strazza-Varallo,
sono quarti assoluti e primi della classe fino a 3000 davanti
alla vettura gemella di Pugno-Bergia. Delle dieci Lancia al via
sette vedono il traguardo. È
proprio Gildo Strazza, concessionario Lancia di Como, a far
cambiare idea, anche solo parzialmente, a patron Vincenzo. Nel
gennaio del 1928 porta l’industriale ad effettuare il percorso
della Mille Miglia. Così il
31 marzo del 1928 al via da Brescia ci sono tre esemplari della
Lambda, allestite dal carrozziere torinese Casaro, alleggerite e
con motore maggiorato a 2569 cm3, potenziato fino a 80 CV
a 4000 giri, grazie anche alla testata in ghisa realizzate da
Romagnoni&Pirotta di Milano. Il serbatoio è portato a 180
litri, rapporti al cambio più corti. Viene montato un terzo faro e
i parafanghi sono in alluminio. Oltre alle tre Lambda
“ufficiali”, ci sono altre sei torpedo che usufruiscono delle
stesse caratteristiche meccaniche.
E
i risultati si vedono.
Il
mitico Vigin Gismondi affiancato da Valsania, parte all’attacco. I
sei minuti di ritardo rispetto all’Alfa 6C di Campari accusati a
Tolentino, si riducono a 3 al secondo passaggio a Bologna, dopo
oltre 1200 km di gara. Ma anche i sogni migliori svaniscono ed a 300
km dall’arrivo Gismondi-Valsania devono fermarsi per la rottura
della loro Lambda. Ancora una volta Gildo Strazza e Attilio Varallo sono i migliori
lancisti piazzandosi terzi. Anche l’anno successivo
Strazza-Varallo sono i migliori alla Mille Miglia classificandosi
quarti, primi della classe 3000. Da segnalare che in
quell’edizione tutte le Lambda vedono il traguardo, anche quella
condotta dall’attrice Mimi Aylmer. All’estero le Lambda si fanno
onore. Vincono nel 1928 la 24
ore di Spa per auto di serie con Gouvin-Levrelle, mentre nel
1929 la Lambda di Visser è terza al rally di Montecarlo.
Negli
anni seguenti si prosegue la sperimentazione, ma Vincenzo Lancia
impedisce di costruire una vettura apposita per vincere, come invece
accade, ad esempio all’Alfa Romeo. Si monta il motore 8 cilindri
di 4820 cm3 della Dilambda, ma non si sortiscono più
risultati eclatanti. Il solito Strazza ottiene ancora una vittoria di classe alla Mille
Miglia del 1931, ma nell’assoluta è solo ottavo. L’ennesima
vittoria alla Edolo-Pontedilegno di Strazza non è certo un successo
che lascia il segno.
|
|
|
| |
È
l’ora dell’Astura, poi dell’Aprilia
|
|
|
| |
Anche
la Lambda invecchia, ma in Lancia non si lasciano sorprendere. Nel
1931 arriva l’Astura con il suo 8V stretto di 19° di 2605 cm3
che eroga 72 CV. Su questa vettura si cimentano
immediatamente i migliori carrozzieri italiani, che realizzano delle
fuoriserie di grande impatto emozionale, ma anche alcune vettura da
competizione. Ad esempio, alla Mille Miglia del 1934 Carlo Pintacuda e Mario
Nardilli si presentano con una vettura allestita da Castagna.
Ottengono un dignitoso decimo posto assoluto, primo della classe
3000. Contro le imperanti Alfa Romeo, concepite appositamente per
correre c’è ben poco da fare. Ma
al Giro d’Italia, 5687 km di percorso, la stessa coppia ottiene la
vittoria assoluta. Ma non sono solo le Astura a gareggiare; ad
esempio anche le Artena e le Augusta scendono in campo, senza però
conquistare risultati di rilievo.
Nel
frattempo Vincenzo Lancia, con la sua solita lungimiranza, sta
lavorando sodo ad una vettura
rivoluzionaria: l’Aprilia.
Quello
che è universalmente riconosciuto come il secondo gioiello del
pilota-industriale vercellese nasce troppo tardi. Infatti, Vincenzo Lancia muore per un attacco di cuore nella notte del 15
febbraio 1937. Nell’autunno precedente l’Aprilia è stata
presentata ai Saloni di Parigi e Londra, ma entra in produzione dopo
la morte del fondatore del marchio. Con
il suo motore 4 cilindri a V stretto di 1351 cm3, portati
in seguito a 1486 cm3, l’Aprilia è imbattibile nella
classe fino a 1500, grazie alla sua tecnologia che è dieci
anni, o forse più, avanti rispetto alla concorrenza.
L’Aprilia
si distingue in corsa sia in versione berlina, sia nelle numerose
trasformazioni in cui si cimentano i principali carrozzieri
italiani. Già nel 1938 vince la sua classe al Rallye di Montecarlo
con Decollas-Decollas, mentre
Gigi Villoresi conquista la Classe Sport con una biposto carrozzata
da Zagato. L’Aprilia vince ovunque, in Italia e fuori. Persino
in Africa dove vince la classe alla Tripoli-Tobruk del 1939 con
Leoncini-Berrone.
Ma
ormai più che alle corse si pensa alla guerra che sta per
scoppiare.
|
|
|
| |
L’Aprilia
cancella il rombo dei cannoni
|
|
|
| |
Il
dopoguerra, come tutti i periodi post bellici, sono difficili e
bisogna fare di necessità virtù. E così le Aprilia sono ottimi
veicoli per riprendere a correre.
Ci
si buttano in molti, realizzando elaborazioni di motori e
carrozzerie sempre più profilate.
Fra
i più attivi ci sono il napoletano Paganelli che realizza
alcune biposto sport con motore portato prima a 1750 cm3,
poi a 2 litri. Nel 1947 riprende la Mille Miglia e l’Aprilia è la
migliore nella classe 1500 con Tullini-Rosa, mentre i biellesi Bracco-Maglioli (due nomi che diventeranno importanti
nella storia Lancia) conquistano la vittoria assoluta nella
categoria turismo, mentre Franco Cortese riesce a vincere con
l’Astura Sport, una vettura allestita nel 1938, ma mai usata in
gara, il circuito di Modena e quello di Luino del 1946.
|
|


|
| |
Le
B20, vera auto da corsa
|
|
|
| |
Alla
morte di Vincenzo Lancia sale sul timone di comando il figlio
Gianni. Anche lui ha le corse nel sangue, ma non ha la fermezza di
papà Vincenzo per rimanerne lontano.
Nel
dopoguerra Gianni Lancia
affida a Vittorio Jano, il geniale progettista delle Fiat da
corsa degli anni Venti e delle micidiali Alfa Romeo P2 mattatrici
dei Gran Premi, e all’ingegner Francesco De Virgilio la progettazione di una
berlina di classe superiore all’Aprilia. Sei
cilindri 1754 cm3, 56 CV. Questo è il motore che
equipaggerà la futura B10, la vettura che viene presentata al
Salone di Torino il 4 maggio 1950. La B10 è una berlina con scocca
portante, quattro ruote indipendenti, e freni posteriori entrobordo
per ridurre le masse non sospese.
La
voglia di potenza porta a creare l’anno
successivo la B21 con motore 1991 cm3 e potenza di 70 CV;
nello stesso tempo viene presentata la versione coupé, ovvero la
B20 GT, carrozzata Pinin Farina che, grazie ad un aumento della
potenza a 80 CV, è in grado di raggiungere i 162 km/h.
Impossibile
resistere e non prendere il via alle gare più importanti.
La
B20 GT di “Ippocampo-Grolla” vince la classe GT 2000 al Giro di
Sicilia della primavera 1951.
È
finito il tempo degli indugi, alla successiva Mille
Miglia di quattro settimane più tardi (28-29 aprile) vengono
schierate quattro Lancia B20 GT con motori da 90 CV in grado di
raggiungere i 175 km/h.
È
l’apoteosi per Gianni Bracco ed Umberto Maglioli.
Come 14 anni prima aveva fatto Luigi Gismondi, Bracco si lancia
all’inseguimento della Ferrari 4,2 di Luigi Villoresi, una vettura
che ha il doppio dei cavalli, chiudendo secondo e primo di classe.
Bracco, sfruttando la pioggia battente che favorisce le vetture
chiuse, si piazza immediatamente nella seconda posizioni e nella
discesa fra Brescia e Roma deve concedere alla ferrari dieci minuti.
Ma da Roma in su Bracco
sferra il suo attacco. Sfruttando il percorso tormentato al
passaggio a Siena il biellese recupera 5 minuti, che diventano
appena 2”30 a Firenze. Bracco attacca fino a Bologna, poi arriva
la pianura padana, Villoresi lascia briglia sciolta ai cavalli del
12 cilindri Ferrari e vince abbastanza agevolmente, anche se deve
contare alcune uscite di strada e problemi meccanici vari. La
B20 GT di Bracco-Maglioli invece ha girato a meraviglia. Ma non
basta. Tutte le B20 sono al traguardo: Ippocampo-Mori sono
quinti, Valenzano-Maggio settimi, Grolla-Montarvisio
quattordicesimi.
La
B20 GT entra nel novero delle vere auto da corsa. A giugno ancora
Bracco in coppia con Lurani conquista il 12° posto assoluto, primo
di classe, alla 24 Ore di le Mans, mentre alla Coppa d’Oro delle
Dolomiti è doppietta con Anselmi ed Ippocampo, con Amendola quarto.
L’unica delusione dell’annata arriva dalla Carrera Panamericana
con le due B20 ferme anzi tempo: Bonetto-Volpini per guai meccanici,
mentre Bracco-Cornacchia volano fuori strada.
|
|


|
| |
L’escalation
non si ferma
|
|
|
| |
La
voglia di vittoria assoluta è tanta e la B20 si presta ad
elaborazioni superiori. Il collettore Nardi, montato nella prima
vera del 1952 offre una manciata di cavalli in più e Gino
Valenzano vince il Rally del Sestriere; ma non basta ancora. La B20
diventa un mostro di 106 CV grazie a teste ribassate, valvole
maggiorate due doppi carburatori Solex e cambio a cloche Nardi, peso
ridotto di 100 kg grazie al largo uso dell’alluminio: sono le
famose B20 a tetto ribassato per offrire una minor resistenza
aerodinamica in grado di raggiungere
i 186 km/h di velocità di punta.
Saranno
le prime Lancia ad avere sulle fiancate gli elfantini della famosa
squadra HF. Esordio al giro di Sicilia dove le tre B20 di Bonetto,
Valenzano e Ammendola vengono precedute solo dalla Ferrari Sport di
Marzotto. La Mille Miglia resta stregata, troppa la differenza con le Ferrari e le
Mercedes, ma Fagioli è terzo assoluto. In questa Mille Miglia
si fa onore anche la berlina B21 che sotto la pioggia torrenziale
conquista il successo nella categoria Turismo con il debuttante
Maglioli.
Arriva
anche una vittoria assoluta, anche se in modo rocambolesco. Alla
Targa Florio la B20GT di Felice Bonetto è in lotta con la Osca 1100
di Cabianca, fino a quando la sport modenese si ferma. Sembra
fatta per Bonetto, ma finisce la benzina. È lo stesso Cabianca a
fornirgliela ma a poche centinaia di metri il motore riprende a
tossire: finita di nuovo. A questo punto il pilota bresciano si
attacca al motorino di avviamento e vince. Sarebbe
stata una beffa per il valoroso Bonetto, ma non per la Lancia;
infatti, subito dietro di lui, al traguardo arrivano le altre due
B20 di Valenzano ed Anselmi.
La
summa della preparazione delle
B20 GT arriva alla Carrera Panamericana. Grazie ad un compressore
Roots a tre lobi le B20GT raggiungono la potenza di 150 CV e
velocità di punta di 215 km/h necessarie sui lunghi rettifili
messicani. Solo le più potenti Mercedes 300 SL e Ferrari 4100 hanno
ragione del veemente Umberto
Maglioli che chiude quarto: fermi Felice Bonetto e Giulio
Cabianca.
|
|




|
| |
Non
basta la vittoria al Montecarlo
|
|
|
| |
La
B20 è una macchina vincente, ma non può competere per l’assoluto
e Gianni Lancia non ci sta. La vettura ha avuto uno sviluppo anche
nella versione di serie, con la cilindrata portata a 2,5 litri ed
ottiene solenni risultati come il successo nella massacrante Liegi-Roma-Liegi
del 1953 con il belga Johnny Claes che rimane alla guida della
vettura per tutti i 5533 km del percorso, oppure alla Stella
Alpina dell’autunno con una tripletta dovuta ad
Ammendola-Valenzano-Anselmi. La sua vittoria di maggior successo la
ottiene al rally di
Montecarlo del 1954 con l’equipaggio Chiron-Basadonna, una
vittoria che annuncia la messe di successi che arriveranno meno di
quindici anni dopo. Piero Valenzano vince il rally del Sestriere,
fino ad arrivare al successo nel Rally Acropolis del 1958 con Gigi
Villoresi.
|
|
|
| |
D20
significa corse vere
|
|
|
| |
In
parallelo allo sviluppo della B20 vengono condotti gli studi per una
vera auto da corsa, la D20, cui faranno seguito la D23, D24, D25; a
dispetto delle innumerevoli sigle questa famiglia da corsa avrà
vita breve, concentrata fra il debutto alla Mille Miglia del 26
aprile 1953 e il loro pensionamento, avvenuto con l’esordio in
Formula della D50 avvenuto il 24 ottobre 1954 al GP di Spagna. Queste
vetture sono ancora figlie del genio di Vittorio Jano, che si
avvale della collaborazione, fra gli altri, di Ettore Zaccone Mina,
eccellente motorista. La D20
monta un motore di 2993 cm3, sei cilindri a V in grado di
erogare 220 CV, peso 800 kg, freni posteriori entrobordo con
carrozzeria coupé in alluminio disegnata da Pinin Farina, ovvero di
competere con le maggiori stradiste dell’epoca, ovvero Ferrari e
successivamente Mercedes 300 SL. Il parossismo di Gianni Lancia
porta a studiare contemporaneamente anche una spider, la
D23, con le stesse caratteristiche meccaniche, ma peso ridotto di
ulteriori 50 kg, e della D24,
che pesa soli 760 Kg, ha il passo accorciato a 2400 mm e motore di
3284 cm3 che eroga una potenza di 260 CV a 6200 giri.
E per finire nella primavera del 1954 arriva la D25
con motore di 3750 cm3 che danno ben 295 CV.
L’epopea,
com’è detto inizio con quattro D20 alla Mille Miglia del 1953 che
vede Felice Bonetto terzo assoluto, mentre Umberto
Maglioli vince la salita Palermo-Monte Pellegrino, cui si è
iscritto di nascosto alla direzione Lancia, mentre si allena per
la successiva Targa Florio. Maglioli concede il bis proprio alla
Targa Florio, mentre nella successiva 24 Ore di Le Mans vengono
inviate quattro D20 con
compressore Roots e cilindrata ridotta a 2693 cm3 in
grado di erogare 240 CV. Si fermano tutte.
L’esordio
della D23 avviene al GP dell’autodromo di Monza con Bonetto
secondo dietro alla ferrari di Villoresi; Bonetto ottiene la prima
vittoria di questa vettura in Portogallo battendo la Jaguar
dell’astro nascente Stirling Moss. Alla
Mille km del Nürburgring avviene l’esordio della D24 e Piero
Taruffi sa portarla subito al comando. Ma la vettura si spegne
al cambio pilota e non vuole più saperne di ripartire per un
problema alla batteria.
La
prima vittoria, grazie al solito Bonetto, è alla Bologna-Raticosa.
Ma
ancora una volta c’è il sogno americano, la
Carrera Panamericana dove vengono inviate tre D24 per Bonetto,
Fangio e Taruffi e due D23 per Bracco e Castellotti. Si ritira
Bracco immediatamente mentre Bonetto e Taruffi ingaggiano un duello
al vertice della categoria.
Un
duello fatale che vede
Bonetto uscire di strada nell’attraversamento del villaggio di
Silao il 21 novembre 1953 rimanendo ucciso. Taruffi è scosso e
perde terreno mentre Fangio, sempre molto abile a tenersi lontano
dai guai, ottiene la vittoria assoluta, pur non avendo primeggiato
in nessuna delle otto tappe. Al secondo e terzo posto ci sono
Taruffi e Castellotti.
È
il canto del cigno delle sport,
anche se nella stagione successiva, il 9154 le sport torinesi si
metteranno ancora in mostra. Come alla 12
Ore di Sebring che vede Taruffi al comando fino alla 11esima ora con
un vantaggio di circa 150 km sulla Osca di Moss, quando la
vettura si ferma.
Il
pilota ingegnere romano la spinge per tre km fino ad arrivare ai
box, ma la vettura non vuole saperne di ripartire.
E
finalmente il successo alla
Mille Miglia, conquistato da Alberto Ascari, dopo che il solito
Taruffi aveva fatto la lepre per gran parte del percorso.
|
|

|
| |
Per
la Formula 1 arrivano i campioni
|
|
|
| |
Per
il 1954 Gianni Lancia annuncia una formazione ricca di star.
Arrivano, infatti, il due volte campione del mondo Alberto Ascari,
affiancato da Gigi Villoresi ed Eugenio Castellotti. Nel
frattempo Vittorio Jano è già al lavoro sul suo capolavoro: la
D50.
Bisogna
però attendere l’8 febbraio perché il primo esemplare sia pronto
e il 24 ottobre per vedere la straordinaria monoposto all’opera
durante il GP di Spagna. La D50 ha un
motore 8 cilindri a V di 90° inclinato di 12° per mantenere
compatta la vettura, cilindrata di 2486 cm3 ed una
potenza di 255 CV che le permettono di raggiungere i fatidici 300
km/h.
La
caratteristica saliente sono i grossi serbatoi laterali fra le ruote
che permettono un’ottima distribuzione dei pesi in ogni condizione
di gara.
Dopo
un test ad ottobre sul
circuito di Ospedaletti la D50 viene schierata a Barcellona per
l’ultimo GP della stagione. Ed è un purosangue, perché
Alberto Ascari la mette subito in pole position con un secondo netto
di vantaggio sulla Mercedes di Fangio, mentre Gigi Villoresi ottiene
un buon quinto tempo.
Al
via Ascari è guardingo, ma già al quinto giro si porta al comando
e in un batter d’occhio saluta gli avversari prima che la frizione
vanifichi la sua cavalcata.
Dopo
nuovi test ad Ospedaletti si riparte per la stagione 1955 con
grande entusiasmo e grande dispiego di mezzi. Addirittura Gianni
Lancia affitta un DC6 per portare squadra, macchine e piloti
(Alberto Ascari, Gigi Villoresi e l’esordiente Eugenio Castellotti)
al GP di Argentina in programma il 23 gennaio.
Le
cose, però, si mettono subito male e Ascari,
addirittura, esce sei volte di pista durante le prove a causa della
scarsa tenuta di strada. In gara Ascari riesce anche a
conquistare la testa della corsa, ma deve ritirarsi al 22° esimo
giro per un’uscita di pista nella curva che diventerà la “Curva
Ascari”.
Il
riscatto a marzo, al GP del Valentino a Torino, non valido per il
mondiale, ma che si corre in casa della Lancia. Qui
Ascari sbaraglia la concorrenza e batte sonoramente Ferrari e
Maserati.
Gianni
Lancia prosegue nella strategia di iscrivere la D50 nelle gare non
titolate. Dopo alcune uscite Ascari vince a maggio il GP di Napoli,
che serve a preparare il GP
di Montecarlo in programma il 22 maggio. Il lavoro di
affinamento ha portato la potenza a 270 CV e la leggerezza della D50
compie il miracolo. Ascari e
Fangio (Mercedes) ottengono lo stesso tempo surclassando di
oltre 1”5 i rispettivi compagni di squadra Moss e Castellotti. Il
GP si svolge sulla distanza di 100 giri. Prima Fangio, poi Moss,
sembrano distanziare irrimediabilmente le Lancia, ma entrambi sono
vittime di guai tecnici e si ritirano.
La
Lancia sembra pronta a cogliere il suo primo successo iridato, ma
all’81° giro Ascari scivola su una macchia d’olio e finisce in
mare. Subito tratto in salvo riporta solo la frattura del setto
nasale. tocca a Castellotti salvare l’onore della squadra
chiudendo secondo.
Quattro
giorni dopo Ascari è a Monza per seguire da spettatore i test della
Ferrari dell’amico Castellotti. Ascari non resiste e chiede di
fare un giro. Ascari è in giacca e cravatta. Pur essendo molto
superstizioso decide di mettersi al volante senza il suo casco e la
sua maglia portafortuna. È la tragedia.
Ascari
si ribalta e muore durante il trasporto all’ospedale.
Inizia
un periodo nero per la Lancia, simile a quello che colpirà la Casa
torinese 31 anni più tardi per la scomparsa di Henri Toivonen.
Il
5 giugno, al GP del Belgio, Castellotti ottiene di rabbia la pole
position, ma in gara è battuto dalle Maserati.
Il
sipario cala definitivamente sulle D50.
Il
26 luglio è Gino Rancati, ai microfoni della Rai, ad annunciare che
tutto il materiale della Lancia passa nelle mani della Ferrari.
Partono per Modena sei D50 e tutto il materiale della squadra corse.
Dalla sede torinese di Via Caraglio se ne vanno pure Vittorio Jano,
che l’ha realizzata.
Il
1956 vedrà queste vetture, profondamente rimaneggiate e private
soprattutto dei particolari serbatoio laterali, conquistare il
titolo mondiale con il marchio Ferrari in una stagione di
transizione. Enzo Ferrari, in quell’anno, infatti, non deve
scontrarsi con l’armate tedesca della Mercedes.
|
|



|
| |
Gli
anni del declino
|
|
|
| |
Nel
1956 la Lancia cambia proprietà e passa nelle mani di Carlo Pesenti,
un industriale con vasti interessi nel settore del cemento.
Di
corse non si parla più affidando ai privati l’impegno in gara. Le
priorità sono altre.
Bisogna
produrre automobili in economia, venderle senza investire in costose
promozioni corsaiole.
Si
tornerà poi ufficialmente con i rally un decennio più tardi.
Naturalmente
non mancano i gentlemen driver che danno l’assalto alle piste con l’Appia
Coupé GT, carrozzata da Zagato. In Lancia, sotto sotto si
guarda a questi clienti sportivi e ne viene prodotta una versione
alleggerita e potenziata a 60
CV che raggiunge i 170 km/h. Su questa vettura si buttano i vari
Degrada Facetti e ancora Nardi, che tirano fuori altri dieci cavalli
e altri 10 km/h nella velocità di punta.
Lo
stesso motore viene montato sulle
Formula Junior arrivando ad erogare 95 CV con Degrada. I più
facoltosi invece si affidano alla Flaminia SZ, sei cilindri, che
arriva ad esprimere 148 CV e 210 km/h. Ed infine la Flavia che,
sempre vestita da Zagato e dotata dell’iniezione Kugelfischer
arriva a velocità di punta di 190 km/h.
I
privati conquistano vittorie in salita e titoli italiani (Kerschbaumer
vince la Trento-Bondone e fa suo il titolo italiano della categoria
nel 1959, come del resto Demetz).
In
pista sono le Degrada Lancia ad ottenere successi significativi con
Giancarlo Baghetti.
Insomma,
ancora una volta le Lancia vengono messe fuori dal giro delle corse,
ma i successi non mancano ottenendo 66 vittorie di categoria fra il
1959 e il 1960 con i piloti privati. Fra questi si mette in evidenza
un giovane che farà strada: Cesare
Fiorio che nel 1961 vince con l’Appia Zagato la classe alla Coppa
Intereuropa.
Nel
frattempo arrivano anche successi importanti nei rally: Piero Frescobaldi nel 1962 ottiene un nono assoluto al Montecarlo
con la Flavia, vincendo in autunno il rally dei Fiori, poi insieme a Cesare Fiorio il 6 ottobre vince la categoria 3 litri alla
6 Ore di Brands-Hatch. A fine anno il bilancio lusinghiero con
83 vittorie, di cui 15 assolute.
|
|
|
| |
Arriva
l’HF
|
|
|
| |
Nel
febbraio 1963 la HF Squadra Corse diventa realtà: simbolo
l’elefantino bianco che corre in campo rosso. Grazie
all’interessamento di Cesare Fiorio, uno dei fondatori, che ha
profonde radici in azienda tramite il padre, l’avventura viene
vista di buon occhio dalla dirigenza Lancia.
E
al Rally dei Fiori vincono Patria-Orengo su Flavia Coupé
precedendo altre cinque Lancia (terzo Frescobaldi con la berlina). A
fine anno arriva anche il Campionato Internazionale Marche classe
2500 oltre a numerosi titoli nazionali ed europei.
Il
1963 è anche l’anno dell’esordio della Fulvia, con un
motore 4 cilindri a V di 1091 cm3 con 58 CV.
Nell’autunno successivo arriva la versione 2C (due carburatori con
71 CV).
La
Lancia è sempre più orientata verso i rally ottenendo buoni
piazzamento in tutte le importanti gare internazionali che inizia a
frequentare piazzando una
Flavia al primo posto del Rally Lyon-Charbonnieres con René
Trautmann. Ma anche in pista i successi rimangono importanti Nel
1965 la categoria turismo alla Quattro ore di Monza viene
monopolizzata dalle Lancia di Sartori, Renier e Bandini.
Il
24 ottobre 1969 la Lancia entra ufficialmente a far parte del Gruppo
Fiat. Se la situazione finanziaria dell’azienda non è delle
migliori il prodotto è ottimo e ormai la sua fama nei rally è
solida.
La
Fulvia HF vince ovunque, ma Cesare Fiorio, ormai solidamente al
timone della scuderia, non sta con le mani in mano. Vuole una
vettura ancor più leggere ed agile. Coinvolgendo Claudio Maglioli
realizza un prodotto artigianale semplice quanto ingegnoso. Le
F&M Special, ovvero due coupé cui viene tagliato il tetto,
limitato il parabrezza, abbassato il serbatoio per avere un
baricentro più basso e accorciati gli sbalzi. La
vettura è più corta di 22 cm rispetto alla coupé e pesa solo 710
kg. Dopo il debutto alla Targa Florio con Sandro Munari il 4
maggio 1969 dove termina nona per una foratura che la fa retrocedere
di tre posizioni, Al
successivo Nürburgring vince però la categoria con Munari-Maglioli
e al Mugello è quinta assoluta. C’è anche un impegno
rallistico al Tour de Corse, ma le impossibili condizioni atmosferiche costringono
Sandro Munari e John Davenport ad indossare le tute da sub per
resistere all’acqua ed al freddo.
Nel
frattempo si corre anche con
la Fulvia Zagato in pista: alla 12 Ore di Sebring Pinto-Taramazzo e
Maglioli sono 14esimi assoluti, mentre l’anno successivo
Maglioli e Pinto sono 11esimi alla 24 Ore di Daytona.
|
|

|
| |
Fulvia
HF, la signorina bene domina i rally
|
|
|
| |
Ma
a riportare prepotentemente la Lancia nel mondo delle corse che
contano è la Lancia Fulvia
Coupé. È il giovane Cesare Fiorio a capire dove pescare la
gloria per questa piccola vettura: nei rally. Una specialità che
negli anni Sessanta stava diventando sempre più popolare
dimostrandosi l’erede delle grandi, e ormai impossibili da
effettuare, corse su strada.
La
Lancia Fulvia berlina fu disegnata da Piero Castagnero, che offrì
la sua matita anche per la versione coupé presentata a Ginevra nel
marzo del 1965. La Coupé fu un successo non solo nei rally, ma
anche nelle concessionarie: in nove anni, fra
il 1965 e il 1976 ne furono vendute 161.832, su un totale di
353.882 Fulvia vendute.
La
Fulvia Coupé a prima vista sembra la vettura destinata ad essere
regalata alle liceali di buona famiglia per il diploma. In realtà
ha tutte le caratteristiche per essere una vera gran turismo. Leggera, solo 950 kg, passo corto, 2330 mm, con un motore di 1216 cm3
che eroga 80 CV e raggiungere i 160 km/h. Già nel 1966 arriva la
versione HF, che pesa appena 825 kg, grazie all’alleggerimento di
porte e cofani, mentre il motore viene spremuto fino agli 88 CV. È
questa la prima vettura ad essere curata ufficialmente dalla
scuderia HF di Cesare Fiorio che ha la sua sede nello stabilimento
Lancia di Borgo San Paolo.
Già
a fine 1965 l’esordio in gara, con Cella-Camerana che a
novembre concludono all’8° posto il Tour de Corse. Si tratta di
un prototipo che prefigura la futura HF di serie, che viene
omologata a gennaio 1966: un
vero mostro da corsa che pesa appena 780 Kg ed esprime 98 CV di
potenza.
Il
1966 è già un anno di successi: quattro HF chiudono nella top ten
del Rallye di Montecarlo con René Trautmann che chiude secondo
assoluto. Un mese dopo
Cella-Lombardini conquistano la prima di una lunga serie di vittorie
al Rally dei Fiori a Sanremo, ripetendosi poi a fine anno al San
Martino di Castrozza, una delle classiche dell’epoca.
In
borgo San Paolo Si lavora ad una versione più potente con
cilindrata di 1298 cm3 che viene schierata al solito Tour
de Corse. Cella va forte, ma esce di strada.
La
HF partecipa poi ad una gara su strada che è più massacrante dei
terribili rally dell’epoca:
la Targa Florio, 11 giri di 72 km ognuno da percorrere a rotta
di collo. Per sette giri Leo
Cella domina la sua categoria, prima di ritirarsi per rottura
del serbatoio. Si rifarà a fine anno con la vittoria nel Campionato
Italiano Rally, che suggella un annata soddisfacente che vede lo
svedese Ove Andersson, futuro boss della Toyota, conquistare il
quarto posto all’Acropolis
Al
salone di Ginevra del 1967 è la HF 1.3 la stella dello stand
Lancia.
Ha
101 CV a 6400 giri, pesa 825 kg, mentre una versione più
civile, denominata “Rally 1.3” con 84 CV viene offerta per
l’uso stradale.
In
gara Andersson conquista un buon secondo posto al Rally
di Montecarlo di Andersson, con l’astro nascente Sandro Munari,
buon quinto; Andersson bissa il risultato all’Acropolis, mentre Munari-Lombardini
riescono a vincere il Rally 999 Minuti, il Rally di Sardegna, e
l’Alpi Orientali, mentre Cella-Barbasio si ripetono al San
Martino di Castrozza.
Mentre
si vince su strada si lavora in officina. È pronto un nuovo
prototipo con cilindrata elevata a 1320 cm3 che viene
affidato ad Andersson-Davenport
per il Rally di Spagna. È subito vittoria davanti a Munari con
una 1.3 HF.
Continua
l’escalation di cilindrata e per il Tour
de Corse di ottobre viene realizzato un altro prototipo estremo
(1401 cm3, 140 CV ed appena 650 kg di peso) che conquista
la vittoria con
Munari-Lombardini. Alle loro spalle Pauli Toivonen, il padre di
Henri, vent’anni dopo stella Lancia.
Munari
è campione italiano Rally.
Il
1968 si apre con una tragedia. Durante la tappa di concentramento
del Rally di Montecarlo la
Fulvia di Munari-Lombardini è coinvolta in un incidente a Skopie in
Jugoslavia. Luciano Lombardini muore, Sandro Munari è
gravemente ferito. Il Montecarlo non è felice nemmeno sotto il
profilo risultati: Andersson, il miglior lancista è solo sesto.
La
Fulvia HF torna alla vittoria al Rally dell’Isola d’Elba con
Arnaldo Cavallari e Dante Salvay. Munari torna in campo e vince,
affiancato da Daniele Audetto, l’Alpi Orientali. L’inglese Tony
Fall primeggia in Portogallo.
A
fine stagione arriva la versione definitiva (per quanto riguarda la
motorizzazione) della HF: la 1600. Al
Tour de Corse Rauno Aaltonen la porta al secondo posto, mentre
negli stessi giorni al Salone di Torino viene presentata la versione stradale: motore di
1584 cm3, 115 CV a 6200, peso a vuoto di 850 kg, cinque
marce, 180 km/h.
Il
1969 inizia con il tradizionale Rally di Montecarlo che offre
due gare parallele: una prima riservata alle vetture omologate nei
Gruppi 1, 2 e 3; ed una seconda detta Rally del Mediterraneo
riservata alle altre categorie. Nella prima la partecipazione non è
fortunata, nell’altra Kallstrom-Haggbom
(HF 1.6) primeggiano; poche settimane dopo le Fulvia HF 1.3
trionfano al Rally di Sanremo monopolizzando il podio con
Aaltonen-Liddon e Barbasio-Mannucci.
In
questa gara emerge l’abilità strategica di Cesare Fiorio e la
preparazione dei meccanici Lancia che prima dell’ultimo tratto
sostituiscono le gomme ai vari equipaggi con dei chiodati che
consentono alle Fulvia di volare e surclassare gli avversari nella
neve.
Nello
stesso fine settimana Tony Fall vince nuovamente il Rally del
Portogallo.
Il
1969 è un annata ricca di successi per la Fulvia HF 1.3: Munari-Davenport
vincono il Rally del Sestriere, il Rally delle Alpi Orientali;
con a fianco Arnaldo Bernacchini il Drago vince il San Martino di
Castrozza. L’equipaggio rosa Trautmann-Harioud vince il rally
femminile Paris- St. Raphaël, Barbasio-Mannucci vincono il 999
Minuti, mentre con la HF 1.6 vincono il Rallye dell’Elba.
Munari
è campione italiano della specialità
A
fine annata la Lancia viene assorbito dalla Fiat, ma il reparto
corse non è a rischio. Anzi si trasferisce in una nuova sede sempre in Borgo San Paolo a Torino, ma vicina al
reparto esperienze.
Nel
1970 solo la Fulvia HF 1.6 scende in campo. Con 152 CV la Fulvia
è una vettura matura, agile e robusta. Sono 22 le partecipazioni
della vettura a gare titolate, otto le vittorie ottenute, anche se
nessun titolo finisce nel carniere. Tre successi vengono colti da
Ballestrieri-Audetto, ma le vittorie più importanti sono quelle di
Simo Lampinen in Portogallo davanti a Sandro Munari e soprattutto al
RAC da Kallstrom-Haggbon. Non è fortunata la partecipazione della Lancia al Safari con tre HF
con motore depotenziato a 115 CV: Simo Lampinen si scontra con un
taxi, Harry Kallstrom ha problemi al carter olio. Sandro Munari esce
di strada.
Anche
nel 1971 la stagione è avara di soddisfazioni per la Fulvia HF 1.6,
nonostante l’incremento di potenza che arriva a 160 CV a 7200
giri; La Fulvia subisce la concorrenza di vetture realizzate
appositamente per i rally quali l’Alpine Renault e le Porsche. A
fine anno sono sette le vittorie conquistate fra le quali una
tripletta al 999 Minuti con Munari, Ballestrieri e Barbasio.
Se
nell’immaginario collettivo c’è una vittoria che fa scalpore è
quella di Sandro Munari e
Sandro Mannucci al Montecarlo del 1972.
La
Fulvia è tutt’altro che favorita contro le scatenate Alpine e le
poderose Porsche. A non pensarla così sono Cesare Fiorio e qualche
migliaio di tifosi che armati di tricolori bianco-rosso-verde si
assiepano sul Turini. Quattro le HF al via per Simo Lampinen, Sergio Barbasio, Amilcare
Ballestrieri e Sandro Munari. Si confida nelle condizioni
difficili per far emergere le qualità della Fulvia, Ma
Munari-Mannucci si mettono in mostra fin dalle prime battute. Sono
terzi, dietro le due Porsche nella prima speciale disputata su
terreno asciutto, mentre le Alpine che partono con i chiodati sono
indietro. Munari passa a
condurre alla quarta prova e rimane al comando fino all’ottava
prova, quando un problema meccanico le fa perdere oltre 2
minuti. Al comando ci sono le due Alpine Renault, ma Munari e la
Fulvia non si arrendono.
Quando
manca l’ultima magica notte del Turini, con le sue sette prove
speciali, il ritardo della vettura italiana è di appena 42”:
un’inezia. E l’attacco dell’ultima notte è fatale alle
vetture francesi che si debbono arrendere l’unto il percorso. Vittoria per Munari con oltre 10 minuti di vantaggio sulla Porsche di
Gerard Larrousse seguita dalla Datsun 240 di Rauno Altonen.
Qaurto è Lampinen sesto è Barbasio.
La
Lancia Fulvia HF ha diritto ad un
posto d’onore nel Museo Lancia di Torino.
Da
qui parte una stagione esaltante che grazie alle vittorie di
Munari-Mannucci al Rally di Sicilia e al San Martino di Castrozza,
di Lampinen-Andersson al Rally del Marocco, di
Ballestrieri-Bernacchini all’Elan Rally e nella gara di casa a
Sanremo e a quella di Barbasio-Sodano all’Alpi Orientali danno alla Lancia il Campionato Internazionale Marche, e a
Barbasio-Sodano il titolo tricolore.
È
il canto del cigno per la Lancia Fulvia HF, incalzata dall’arrivo
della Stratos. Nel 1973 arriva lo sponsor Marlboro e le Fulvia si colorano di bianco
rosso: Munari Mannucci vincono, con la Fulvia il San Martino di
Castrozza, mentre l’anno successivo Munari-Drews sono terzi al
Safari. Munari fallisce il bis al Montecarlo anche se riesce a
prendere la testa della gara prima di doversi ritirare per una
toccata. A fine anno, comunque è campione europeo.
L’ultima
vittoria per l’HF la conquistano Amilcare Ballestrieri e Simo
Lampinen alla 24 Ore di Chamonix nel gennaio del 1974. Qualche
mese dopo la Fulvia HF ha ancora modo di mettersi in mostra
alla World Cup una gara di 12.000 miglia che parte da Londra
ed arriva a Monaco di Baviera dopo aver attraversato due volte il
Sahara. Shektar Metha riesce anche a prendere il comando della corsa durante le
tappe africane per poi concludere settimo, prima di venire
squalificato per un trasferimento marino irregolare.
|
|





|
| |
Stratos,
uguale imbattibile
|
|
|
| |
La
Lancia Stratos è la vettura per eccellenza dei rally. Nasce da
un’intuizione di Cesare Fiorio, sempre lui, che vede nel provocatorio
progetto di Nuccio Bertone una buona idea per le corse. La
Stratos viene presentata al Salone
di Torino nel novembre 1970.
È
uno splendido cuneo con motore
Lancia Fulvia HF 1.6 posteriore centrale che Bertone espone
provocatoriamente nel suo stand, sperando di farne una vettura di
piccola serie.
Pochi
giorni dopo il carrozziere
torinese si presenta alla sede Lancia di Borgo San Paolo alla
guida della vettura. La Stratos è talmente bassa che non deve
attendere l’apertura della sbarra della portineria per entrare nel
cortile.
Nel
marzo 1971 Pier Ugo Gobbato, direttore generale della Lancia, dà
soddisfazione a Fiorio e Bertone e decide di costruire i 500
esemplari necessari per l’omologazione in Gruppo 4.
Nonostante
l’immagine di potenza e cattiveria la Stratos è piccolissima.
Lunga appena 3670 mm, ha un passo di 2160 ed un altezza totale di
1080 mm e pesa solo 980 kg. Dopo varie vicissitudini Gobbato,
Fiorio e Bertone riescono a convincere Enzo Ferrari a fornire il
motore sei cilindri della Dino di 2418 cm3 che eroga,
nella versione stradale 190 CV.
Al
salone di Torino del novembre 1971 la Stratos è in versione
definitiva e il 4 novembre 1972 la Stratos esordisce in gara con Munari-Mannucci
al Tour de Corse: si ritira per un guaio alla sospensione, ma il
potenziale c’è.
La
prima vittoria assoluta è Rally Firestone in Spagna del 1973 con
Munari-Mannucci, cui fa seguito un ottimo secondo posto con
Munari-Andruet alla Targa Florio, gara di chiaro stampo pistaiolo,
seguita dalla vittoria di Munari-Mannucci al Tour de France, gara
che si svolge su una distanza di 6000 km con 9 prove in autodromo e
8 su strada.
La
Stratos è accreditata di 230 CV, che salgono rapidamente grazie
all’adozione della testata a quattro valvole, evoluzione che
avviene al Giro d’Italia, dove le Stratos di Merzario e Andruet
sono costrette però al ritiro.
Nel
1974 la Stratos entra in produzione.
Ed
è l’inizio della grande epopea della Stratos che
vince subito con Andruet-Biche la Ronde de la Giraglia e il Neige e
Glace.
Dopo
una serie di ottimi risultati nella categoria prototipi la Stratos
viene omologata in Gruppo 4 nell’ottobre del 1974 e appena cinque
giorni dopo Munari-Mannucci vincono il rally di Sanremo, mentre
Jean Claude Andruet, con la versione turbo vince il Giro d’Italia,
quindi il Tour de Corse.
La
Lancia, grazie ai punti ottenuti con la Fulvia, la Beta Coupé e la
Stratos vince il mondiale Rally di quella stagione.
Nonostante
le annate difficili, sia socialmente sia economicamente, per
l’industria italiana, la Stratos si dimostra imbattibile nelle
prove speciali. Il 1975
inizia con il successo di Munari-Mannucci al Rally di Montecarlo con
un dominio incontrastato che dura per tutti i 6500 km di corsa,
mentre i suoi due compagni di squadra Andruet e Lele Pinto finiscono
la loro gara contro la stessa roccia. Gli
svedesi Waldegaard-Thorszelius espugnano la Svezia, Munari, con
Lofty Drews è secondo al safari mancando il successo per mera
sfortuna a causa di una triplice foratura nell’ultimo settore che
ferma la rincorsa della Stratos alla Peugeot 504 di Ove Andersson.
Una
storia che rimarrà nel mito delle corse.
La
stagione si chiude con una vittoria di Darniche-Mahe al Tour de
Corse con la Stratos dell’importatore francese Chardonnet.
La
Lancia è perentoriamente campione del mondo.
Il
1976 è l’anno in cui la Stratos miete il maggior numero di
vittorie, le più prestigiose delle quali sono il Montecarlo di
Munari-Maiga, davanti ai compagni di squadra Waldegaard e Darniche,
ed il Sanremo con un poker di
Stratos ai vertici: Waldegaard, Munari, Pinto e “Tony”.
Anche
il Giro d’Italia, con la versione Turbo da 450 CV è preda della
Stratos, grazie a Carlo Facetti e Piero Sodano.
Ancora
Lancia Campione del Mondo Rallye, con Darniche-Mahe in vetta alla
classifica europea.
A
questo punto la Fiat decide di giocare le sue carte con una vettura
più simile al prodotto di serie e nel 1977 l’arma nel mondiale
rally del Gruppo torinese sarà la Fiat 131 Abarth.
Anche
se Sandro Munari, questa volta in coppia con Silvio Maiga, vince per la
terza volta consecutiva il Rally di Montecarlo.
La
Stratos è solo quinta nel mondiale, ma grazie alle 12 vittorie di Darniche-Mahe
si confermano ai vertici del campionato europeo e Munari si aggiudica la Coppa Fia Conduttori, preludio al vero e
proprio titolo mondiale.
Prima
di andare in pensione la
Stratos beffa tutti vincendo ancora il Montecarlo, la gara che ama
di più, con Darniche-Mahe, che chiuderanno al secondo posto
anche nel 1980.
In
mano ai privati la Stratos fa strage di titoli conquistando
l’europeo rally del 1978 con Carello-Perissinot; inoltre vince il titolo italiano nel 1977 con Pregliasco-Reisoli,
quello del 1978 con Vudafieri-Mannini
e quello 1979 con Tony-Mannini.
La
carriera della Stratos si chiude con tre vittorie nel 1982: Isola
d’Elba e Colline di Romagna con Fabrizio Tabaton e Rally
di Monza con Federico Ormezzano.
Poi
scade l’omologazione, altrimenti…
|
|


|
| |
Stratos,
poteva essere vincente anche in pista
|
|
|
| |
I
successi della Fulvia non si contano, ma gli anni passano anche per
lei. Nel novembre 1971 al Salone di Torino fa la sua apparizione la
Stratos in veste definitiva. Bassa, cattiva, grintosa è fatta
apposta per gli sterrati di tutto il mondo e lì si farà conoscere.
Nel 1973 vince con Munari-Mannucci il Tour de France, una gara
che unisce prova speciali a gare in pista. Nel 1974 è la volta
della Targa Florio con Jean Claude Andruet e Amilcare Ballestrieri
e, ancora con il francese affiancato da “Bische” il Giro
d’Italia, gara che imita nel format l’evento francese.
Nel
1976 la Lancia presenta una versione Gruppo 5 sovralimentata con
due turbo compressori, un mostro da 450 cavalli. Esordio sfortunato
con il prototipo che va a fuoco durante le prove della Sei ore del
Mugello. Il riscatto al successivo Giro d’Italia con il
preparatore Carlo Facetti, affiancato da Piero Sodano, conquista la
vittoria assoluta.
Ma
in Fiat, guardano altrove. Nei
rally la Stratos deve cedere il passo alla più famigliare 131
Abarth, mentre per la Lancia si sta pensando ad un impegno in
pista con la Beta Montecarlo Turbo.
|
|
|
| |
Questa
volta è mondiale
|
|
|
| |
La
Lancia torna in pista con la perfetta organizzazione che sta
spopolando nei rally. E battersi contro BMW e Porsche, nelle gare
Endurance è stimolante.
La
vettura scelta è la Beta Montecarlo, una piccola coupé disegnata
da Pininfarina con motore di 2 litri in posizione posteriore
centrale. Cesare Fiorio è al ponte di comando e sceglie le sue
strategie. Fa costruire appositamente dall’ingegner Gianni Tonti
un motore sovralimentato di 1425 cm3, che grazie al gioco
dei coefficienti rientra nella categoria 2000. Al
telaio collabora l’ingegner Giampaolo Dallara.
Il
18 dicembre 1978 la Beta Montecarlo Turbo viene presentata alla
stampa. Pesa 710 kg ed ha 370 CV.
L’esordio
il 6 maggio 1979 alla Sei ore di Silverstone con Patrese-Rohrl.
Per due giri fa scintille, poi si ferma per noie alla guarnizione
della testa. Problema costituzionale. Manco per idea. Si è perso il
tappo del circuito di raffreddamento.
Al
successivo Nürburgring ottiene il primo successo della categoria 2
Litri nonostante non veda il traguardo. L’astuta interpretazione
del regolamento da parte di Cesare Fiorio consente alla Beta
Montecarlo di ottenere il titolo mondiale nella prima divisione.
A
fine anno due Beta Montecarlo
Turbo partecipano al Giro d’Italia con Patrese-Alen-Kiwimaki e
Villeneuve-Rohrl-Geistdorfer. Andrebbero benissimo, ma
percorrono un trasferimento in autostrada e sono perciò
squalificate.
Nel
corso dei test si decide di limitare la potenza a 360 CV a favore
dell’affidabilità. Ma tutti i problemi della Beta
Montecarlo vengono via via risolti e alla partenza della stagione
successiva il motore eroga ben 400 cavalli scalpitanti.
Ancora
una volta la spedizione viene pianificata a puntino da Cesare Fiorio
che fa approntare una Montecarlo maggiorata di cilindrata per andare
a raccogliere punti nella divisione maggiore confrontandosi con i
mostri sacri. L’aumento di cilindrata è minimo, si arriva a 2001
cm3 teorici, ma sufficienti per essere presenti anche nella
categoria superiore.
| |